Aqua, bene comune

Dimissioni di Petrella dalla presidenza dell'Acquedotto Pugliese
Riportiamo il dibattito che si sta svolgendo su il Manifesto


Dopo un anno si è dimesso il presidente Riccardo Petrella
Le dimissioni sono arrivate dopo oltre un anno di manifesto «dissenso istituzionale» sulla questione della forma giuridica da dare all'Acquedotto pugliese. Se cioè, lasciarlo una società per azioni a capitale interamente pubblico come è ora o ritrasformarlo in un ente pubblico come era in origine.
Questione liquidata oggi come ideologica dal presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, ma ritenuta essenziale da Riccardo Petrella, presidente voluto proprio da Vendola un anno e mezzo fa alla guida della società e fautore della «ripubblicizzazione». Così Petrella, riconosciuto come il maggior esperto mondiale in materia di acqua e convinto assertore della gratuità dei servizi essenziali, ha deciso di rendere pubbliche le sue dimissioni che erano già state formalizzate (ma non rese note) con una lettera a Vendola il 29 novembre scorso. Lo ha fatto spiegando di non avere trovato nel «governo regionale l'interlocutore che si aspettava», e di «non essere stato messo in questi 18 mesi nelle condizioni di portare a termine» il suo programma.

il manifesto - 08 Dicembre 2006 - pag 10


il manifesto - 09 Dicembre 2006 - pag 02

Perche' mi dimetto dall'Acquedotto pugliese

Riccardo Petrella

Partecipare alla ripubblicizzazione dell'acqua in Puglia  stata la motivazione principale per accettare l'invito di assumere la presidenza dell'Acquedotto pugliese, fattomi dal presidente della regione Puglia, Nichi Vendola, appena fu eletto nell'aprile 2005. Accettai perchè si trattava di un'opportunità unica e di una grande sfida politica, sociale e umana, percepita e valutata come tale anche dalla stragrande maggioranza dei "militanti per l'acqua pubblica", in Italia e altrove. Grandi furono, altresì, le attese e le speranze suscitate. Non dico che l'opportunita', 18 mesi dopo, sia diventata una sfortuna, ma  corretto dire che le promesse si sono rivelate, per il momento, illusorie.
Nel contesto italiano, la ripubblicizzazione dell'acqua significava, e significa ancora oggi, una serie di scelte precise sul piano politico, sociale, istituzionale, economico, gestionale
Ripubblicizzare l'acqua significa anzitutto che, conformemente a quanto affermato nel programma dell'Unione, non solo la proprietà delle infrastrutture e delle reti deve essere pubblica ma lo deve essere anche la gestione dei servizi idrici. Se la gestione  stata affidata a un soggetto di natura giuridica privata, quale una società per azioni , come  il caso dell'Acquedotto pugliese (Aqp SpA), ripubblicizzare significa dare la gestione dell'acqua a un soggetto /(impresa, ente o consorzio) di natura giuridica pubblica. La regione Puglia, proprietaria quasi esclusiva del capitale dell'Aqp SpA (la Basilicata ne possiede il 12,7%) ha sistematicamente rifiutato di discutere dell'abbandono della SpA considerando la questione d'importanza secondaria, vuoi oziosa, e stimando che la forma pi efficace di ripubblicizzazione consiste nel far funzionare bene l'acquedotto-colabrodo dando priorità assoluta alla riduzione delle perdite. Non ho mai capito perchè la questione dello statuto dell'Aqp debba essere considerata contraddittoria e inibitoria rispetto all'obiettivo, necessario e urgente, del risanamento radicale dell'Acquedotto.
Ripubblicizzare l'acqua significa, in secondo luogo, adottare le misure pratiche che concretizzano , "la gratuità" del diritto all'acqua per tutti, cio la presa a carico da parte della collettività attraverso la fiscalità generale ( come  il caso, giustamente, per il costo dell'esercito) dei 50 litri pro capite al giorno. La legislazione attuale non lo consente. La soluzione provvisoria da me proposta , consistente nel creare in Puglia un Fondo sociale per il diritto all'acqua che avrebbe permesso, di fatto, di accordare "gratuitamente" i 50 litri,  stata rigettata senza dibattito.
Ripubblicizzare significa, in terzo luogo, una politica dell'acqua centrata su un governo pubblico degli usi e sul risparmio e non solo sulla politica degli investimenti per l 'aumento di un'offerta economicamente "razionale" e l'ammodernamento e espansione delle grandi infrastrutture. Infondere questa nuova centralità nell'attuazione del piano triennale d'investimenti 2003-5 poi 2004-6, non è stato possibile per l'indisponibilità "culturale" dell'istituzione regionale. Il piano "Goccia d'oro" da me proposto (ordinato su tre assi: riduzione delle perdite, priorità al risparmio, partecipazione ) per quanto accolto con favore dall'AATO e dalla Autorità di Bacino, non ha superato l'esame discreto dell'ufficio presidenziale regionale.
In quarto luogo, ripubblicizzare implica una scelta innovatrice forte: lo scollamento progressivo del finanziamento del servizio idrico dalla dipendenza dai mercati di capitale nazionale e internazionale privati. Nel 2004 l'Aqp SpA si  indebitato sui mercati finanziari internazionali con un prestito obbligazionario di 250 milioni di euro. Per diversi motivi, si sarebbe potuto rinegoziare il prestito e tentare con cautela, in via sperimentale, la fattibilità di nuovi meccanismi pubblici di finanziamento regionale e nazionale dei servizi pubblici "locali", in alternativa alla tendenza oggi prevalente in favore di un capitalismo municipale e interregionale finanziario multiutilities. Niente da fare.
Infine ripubblicizzare significava e significa un governo dell'acqua partecipato dei cittadini, che deve tradursi, se si vuole uscire dalle enunciazioni retoriche, anche in una gestione trasparente e innovatrice dell'azienda. L'unica cosa che sono riuscito a ottenere  che nei documenti ufficiali dell'Aqp non si parli pi di clienti ma di cittadini, perlomeno di utenti. Sono riuscito altresì a bloccare la riconduzione di una Carta dei servizi che non rispondeva alla visione "pubblica" per la quale ero stato nominato. Per il resto, nessuna novità. Non si  mai discusso di consulta dei cittadini, di coinvolgimento dei cittadini. La gestione interna dell'Acquedotto resta orientata da una cultura autoritaria e da pratiche tecnocratiche che non hanno trovato nella regione una vera opposizione, almeno per quanto abbia potuto constatare personalmente, anche nel caso del recente licenziamento brutale e ingiustificato, dopo pi di 12 anni di servizio irreprensibile, per quanto io ne sappia, di un alto e stimato dirigente dell'acquedotto.

Quanto sopra non mira a identificare colpe e colpevoli (serve a poco), nè a focalizzarsi sul passato. A mio parere le ragioni di fondo che hanno permesso che i "fatti" riportati accadessero. sono da imputare

a) alla "tirannia dei rapporti di potere" tra i partiti della maggioranza regionale. Le componenti principali di questa maggioranza non hanno mai cessato di affermare la loro preferenza in favore di una concezione privatista efficientista, aperta al capitale finanziario privato e alla concorrenza sui mercati nazionali; europei e internazionali secondo il modello Hera ed Acea;

b) alle "logiche di opportunismo pragmatico" che prevalgono allorchè anche le forze progressiste conquistano il potere.
Queste forze hanno accettato di considerare l'acqua, malgrado tutto, come un bene economico nel senso e nel quadro imperante dell'economia capitalista di mercato. Pertanto hanno accettato di trattarla come proprietà "regionale" e, quindi, oggetto di negoziati di scambio mercantile bilaterale. Fra le tante cose che meritano da parte delle forze al governo un esame attento e rigoroso  il fatto che i dirigenti delle regioni del meridione hanno aderito all'idea di negoziare sulla quantità d'acqua che ogni regione può e  disposta a trasferire alle altre regioni, mediamente, il pagamento di un prezzo dell'acqua grezza.
Se questa "gestione mercantile" dell'acqua non  abbandonata, ho paura che la guerra dell'acqua scoppierà in Italia;

c) alle grandi difficoltà obiettive incontrate in ragione dello spappolamento operativo in cui si  trovato l'Aqp SpA negli ultimi anni. E' certo che non  in un paio di anni che si riesce a cambiare quel che  stato e dimora l'Acquedotto pugliese nella vita e nell'economia della Puglia;

d) al peso d'un certo personalismo presidenziale, per molti versi comprensibile, ma che richiede alcune correzione;

e) e, last but not least, ai miei propri limiti, agli inevitabili errori di giudizio commessi.Non ho dato, per esempio, l'importanza necessaria alla creazione di un'equipe "presidenziale" capace di meglio conoscere il funzionamento interno all'Acquedotto e assicurare i necessari legami quotidiani con l'istituzione regionale in tutte le sue componenti determinanti. Ho peccato, in un certo senso, di ingenuità e di eccessiva fiducia negli altri.

La comprensione delle ragioni  indispensabile per riprogettare le azioni per il futuro e tentare di contribuire al perseguimento della ripubblicizzazione dell'acqua in Italia e altrove, nel quadro anche della lotta per la res publica. Parteciperò attivamente alla campagna per l'approvazione del disegno di legge d'iniziativa popolare per l'acqua e alla preparazione e tenuta dell'Assemblea mondiale degli eletti e dei cittadini per l'Acqua (Amece) che si terrà a Bruxelles dal 18 al 20 marzo 2007 nei locali del Parlamento europeo. Ancor pi che nel passato, penso che sia necessario valorizzare la formazione e l'educazione ai Beni comuni concentrando gli sforzi maggiori sull'Università dei Beni comuni.



il manifesto - 10 Dicembre 2006 - pag 06

INTERVISTA a Niki Vendola, di Antonio Massari

"Caro Petrella, in Puglia hai sbagliato tutto"

Dopo le dimissioni del professore dalla presidenza dell'Acquedotto pugliese, parla il "governatore" Nichi Vendola (Prc): solo posizioni dogmatiche, il problema non sono le tariffe e la trasformazione della spa in ente regionale ma la riduzione degli sprechi. Ha perso una grande opportunità

"Finchè sarò presidente della regione Puglia la privatizzazione dell'Acquedotto pugliese non si farà". Non usa mezzi termini Nichi Vendola, dopo le dimissioni annunciate dal presidente dell'Aqp Riccardo Petrella.

Lei ha voluto fortemente Petrella alla guida dell'Acquedotto, e ora?
Quando ho vinto le elezioni ho scelto, come terreno ideale di una battaglia politica, il "no" secco e radicale alla privatizzazione dell'Acquedotto pugliese. Nonostante una norma imponesse la privatizzazione, abbiamo operato in aperta inosservanza, affinchè prevalesse un cambio di marcia che ci allontanasse dalla mercificazione del bene acqua. Come sentinella di questa esplicita intenzione politica abbiamo chiesto a Petrella - in nome della sua autorevolezza - di essere il presidente dell'Aqp.

Ma ora Petrella se va. E con molte polemiche.
Ha concentrato il suo impegno su due obiettivi completamente sbagliati: il superamento della Spa e l'abbattimento delle tariffe. Sono il frutto di un radicalismo astratto, privo di coordinate politiche, di valutazioni sommarie e semplificate su un ente che, al contrario,  straordinariamente complesso.

Parliamo della società per azioni.
La configurazione giuridica dell'ente, per Petrella, era una fissazione. Voleva creare un ente regionale. Ma questo, pi che una ri-pubblicizzazione, comporta una ri-politicizzazione. Con l'effetto di una lottizzazione progressiva. Non dobbiamo dimenticare le battaglie condotte dalla sinistra contro un ente che era, sì, integralmente pubblico, ma dava molto da mangiare e poco da bere. Un'azienda che ha perso parte del suo sapere produttivo. E s' piegata fortemente a logiche clientelari.

Petrella voleva accordare 50 litri pro-capite d'acqua gratuita.
Gli sfugge qualche semplice elemento di realtà. La condizione idrica, in Puglia,  drammatica. Il dissesto idrogeologico tocca il 15% del territorio, attraversiamo un principio d'esaurimento delle falde storiche, la vetustà della rete causa il 50% di acqua persa, abbiamo 150 mila pozzi che impoveriscono la falda e sono esposti all'inquinamento. Una crisi idrica macroscopica: ma lei sa che dobbiamo persino sostituire 280 mila contatori, ormai malandati?

E quindi?
In queste condizioni, garantire 50 litri gratuiti di acqua pubblica  fuori dalla realtà:  una proposta dogmatica. Vogliamo parlare di tariffe? L'associazione dei consumatori ha denunciato l'Aqp perchè nel 2003 sono state aumentate le tariffe a fronte di investimenti mai realizzati: chiede che restituisca agli utenti 80 milioni di euro. Per l'ente sarebbe letale. Eppure, nel 2006, l'Aqp ha aumentato le tariffe solo nei limiti dell'inflazione. Nel 2007 non aumenteranno per nulla. Sostanzialmente  una riduzione delle tariffe. Questi sono fatti. Le proposte di Petrella sono esercitazioni scolastiche.

E il progetto acqua bene comune?
L'acqua, per diventare bene comune e diritto universale, deve prima divenire senso comune. In Puglia il terreno per questa operazione  far partire l'appalto per la ricerca delle perdite: trovo molto pi rivoluzionario di qualunque chiacchiera diminuire lo spreco dell'acqua. E' pi rivoluzionario, allo stato attuale, far partire i piani d'investimento che servono a modernizzare la rete. E poi far partire una campagna per l'uso sobrio, consapevole d'una risorsa scarsa. E a questo proposito, da gennaio, a Bari comincerà la distribuzione dei kit di riduzione di pressione. Sono fonte di assoluto risparmio. E ancora: costruire quelle buone pratiche tra istituzioni diverse - Aqp, assessorati, ente irrigazione, consorzi di bonifica - che consentano un governo integrato del ciclo dell'acqua. Queste sono le risposte.

E invece?
E invece la fissazione di Petrella per la Spa. Ma siamo in presenza di una società che per l'88%  della Puglia e per il 12% della Basilicata. Questa disputa, nata senza un contesto di riqualificazione dei servizi, offre solo la sponda al partito dei privatizzatori. Che  un partito trasversale: appartiene anche alla mia maggioranza.

Secondo Petrella lei sarebbe ostaggio dei partiti.
Le coalizioni sono fatte dai partiti. Bisogna tenerne conto, per senso di realtà. Poi Petrella deve mettersi d'accordo con se stesso. Non può sostenere che, per opportunismo, sono ostaggio dei partiti e, contemporaneamente, che sono affetto da personalismo presidenziale. Sul personalismo presidenziale, poi, vorrei sottolineare che l'accusa si può rivolgere a qualsiasi tipo di presidente.

Anche quello dell'Aqp, intende?
Faccia lei.

Petrella avrebbe voluto sganciare l'Aqp dalla dipendenza dai mercati e dal capitale privato.
Siccome la Spa  un ente di diritto privato, allora  al servizio del capitale finanziario internazionale? Scusi se sorrido. Mi sembra che Petrella sia troppo innamorato delle sue opinioni.

Ma lei lo ha scelto per le sue idee.
Certo. Però le sue idee non possono procedere per violenti schematismi ideologici. Il radicalismo senza coordinate politiche  l'anticamera della sconfitta. Ha abbandonato l'Aqp proprio quando l'ente inizia a fare assunzioni, finalmente, con un criterio di selezione blindato, a prova di qualunque pulsione clientelare.

Si sente deluso?
C' chi pensa che il cambiamento possa procedere per scorciatoie. Scansando i rapporti di forza nella società e nella politica. Negando la possibilità di guadagnare il consenso alle proprie ipotesi. Questo  il radicalismo senza politica. Poi  facile pensare che tradiscono tutti. E che Vendola  il lupo camuffato da agnello. Ma chi ragiona in questo modo pensa il cambiamento come la proiezione della propria biografia, non come un terreno sperimentale, dove attivare nuove pratiche di governo. Anche nella mia coalizione c' chi punta alla privatizzazione, magari strizzando l'occhio all'Acea, e allora andando via Petrella a chi fa un favore? Ha commesso un grande errore politico: era in una posizione privilegiata, era il presidente della pi grande azienda idrica d'Europa. E mi lasci aggiungere un piccolo particolare: sono due anni che l'Aqp non spende un euro in regali di natale. Con quei soldi l'anno scorso abbiamo pagato percorsi d'istruzione scolastica in Africa. Quest'anno costruiamo 5 pozzi d'acqua in Kenya. Sono pochi, ma facciamo il possibile.



il manifesto - 16 Dicembre 2006- pag 02

La difficile arte del governo dell'acqua

Alberto Lucarelli

Ordinario di diritto pubblico alla Federico II di Napoli

Negli ordinamenti giuridici positivi dell'Europa continentale, come  noto, vale il principio che può così sintetizzarsi: "la forma e' sostanza" ovvero la forma caratterizza la fattispecie concreta.

Le recenti vicende dell'acquedotto pugliese, conclusesi con le dimissioni del presidente Riccardo Petrella, hanno origine proprio dalla dicotomia forma-sostanza e dall'erronea convinzione di chi sostiene che tale dicotomia sia alla base di una sterile disputa tra tecnici del diritto, priva di effettive conseguenze sul piano giuridico-economico.

Secondo tale orientamento la società a capitale interamente pubblico e l'ente pubblico rappresenterebbero due forme giuridiche del tutto interscambiabili e utilizzabili entrambe a discrezione della pubblica amministrazione. Coloro che sostengono tale tesi ritengono poi che si possa legittimamente sostenere che la gestione dell'acqua resterebbe pubblica tanto nel caso di utilizzo dell'ente pubblico quanto nel caso di utilizzo della Spa a capitale interamente pubblico.

Non mi sento di condividere tale impostazione, credo che la società interamente pubblica configuri un monstrum difficilmente gestibile e orientabile nel tempo al perseguimento degli interessi pubblici.

Proverò a spiegarne i motivi.
In Italia, la legislazione vigente  stata condizionata dalla giurisprudenza della Corte di giustizia che, trovandosi a decidere su casi concreti, ha legittimato l'affidamento del servizio senza gara solamente nel caso del cosiddetto in house providing, ovvero di affidamento diretto ad una Spa a capitale interamente pubblico. L'esclusione della gara ritenuta legittima dalla Corte non influisce in nessun modo sulla natura giuridica delle società a capitale interamente pubblico: si tratta, in ogni caso, di società di capitali sottoposte alle regole del diritto commerciale, per quanto attiene agli scopi, agli organi di governo, ai controlli; di strutture che, proprio per la loro natura privatistica, orientano l'efficienza verso la produzione di profitti piuttosto che verso la coesione economico-sociale.

Uno dei presupposti richiesti dalla Corte di giustizia per poter ricorrere a questa forma di gestione  che tra l'ente locale e la Spa pubblica ci sia un rapporto di dipendenza, nel quale la società si ponga quale ente strumentale della pubblica amministrazione. Tuttavia, di fatto, ciò non si realizza mai:  difficile immaginare che tra pubblica amministrazione e società concessionaria non sorga un rapporto di netta e sostanziale alterità, nel quale il controllo si riduce a profili di carattere esclusivamente formale. Con il tempo tende a consolidarsi un rapporto fondato sull'autonomia, la società può ampliare progressivamente il proprio oggetto sociale estendendolo a altri servizi. Si pensi poi alla possibile apertura della società ai mercati finanziari, all'espansione territoriale delle attività in Italia e anche all'estero, ai poteri conferiti al consiglio di amministrazione senza alcuna verifica sulla gestione da parte della pubblica amministrazione. Le strade si separano e la società tende, per sua natura, a esercitare poteri che evidenziano la sua autonomia nei confronti degli azionisti.

Il controllo esercitabile dall'amministrazione si limiterebbe ai provvedimenti consentiti dal diritto societario alla maggioranza dei soci. Una siffatta articolazione organizzativa e strutturale della società in house providing, oltre a eludere la regola generale dell'affidamento a un soggetto terzo mediante gara pubblica, finisce anche per non attribuire all'ente proprietario il necessario potere di ingerenza e di effettivo condizionamento delle attività di organizzazione e erogazione del servizio.
Il modello societario, secondo le previsioni dell'ordinamento giuridico, non si presta a essere utilizzato ai fini della realizzazione di una società in house; la presenza di vincoli di incedibilità delle quote di proprietà pubblica e l'aggiunta di patti parasociali non costituiscono una sufficiente garanzia di controllo. La recente riforma del diritto societario ha rafforzato ulteriormente la relativa vocazione imprenditoriale e lucrativa.
L'esistenza di alcune leggi speciali che prevedono la costituzione di società senza scopo di lucro non fa altro che confermare al contrario i principi codicistici.
Inoltre, la Spa interamente pubblica contiene in sè una forte contraddizione, infatti, l'affidamento in house, come  noto, si giustifica soltanto se l'ente pubblico, attraverso la Spa, possa perseguire i propri obiettivi pubblicistici; tuttavia ciò non  verificabile nel nostro ordinamento, nel quale l'istituto societario non ammette scopo diverso da quello speculativo. Il codice civile attribuisce inderogabilmente la gestione dell'impresa agli amministratori, i quali compiono le operazioni necessarie per l'attuazione dell'oggetto sociale.
In conclusione la forma della Spa configura un modello molto distante da quello della gestione pubblica; con il modello societario chi gestisce l'acqua ne diviene il vero proprietario, riproponendo la vecchia disputa tra proprietà formale e proprietà sostanziale.

Il legislatore italiano, dunque, per evitare la frammentazione dell'istituto proprietario, con un'immediata ricaduta sulla tutela dei diritti fondamentali, ripensi al pi presto alla reintroduzione dell'azienda speciale, esca dall'ipocrisia proprietà-gestione e dal tunnel di mostruosità giuridiche.
Occorre un ente in grado di governare l'acqua e non semplicemente di gestirla, consapevole di governare un servizio non orientato al mercato; un ente che pensi anche alle "perdite delle condutture", ma non solo, la cui azione si ispiri, tra l'altro, ai principi di efficienza, efficacia e economicità, finanziato attraverso meccanismi di fiscalità generale, oltre che attraverso i normali meccanismi tariffari. Si compirebbe un grave errore di prospettiva se si volesse sopperire al fallimento delle riforme della pubblica amministrazione, tentate negli anni novanta, con un uso improprio della società di capitali, nell'illusione che ciò possa realizzare qualità, sviluppo e efficienza.


il manifesto - 12 Dicembre 2006 - pag 02

LETTERE: Il coraggio che non c'e'

Osservatorio Sud
Comitato territoriale contratto mondiale sull'acqua

La discussione sulla forma giuridica dell'Acquedotto pugliese non  oziosa, ma costituisce il punto nodale per un governo pubblico dell'acqua ed  così centrale che ha portato alla rottura del percorso condiviso di ripubblicizzazione avviato un anno e mezzo fa con la nomina di Riccardo Petrella e con le dichiarazioni di Vendola non solo sul riconoscimento dell'acqua bene comune ma sulla necessità della gestione pubblica e partecipata. (...)

Per noi cittadini pugliesi conta l'efficienza dei servizi idrici, la riduzione delle perdite, il funzionamento del ciclo di depurazione, ma crediamo che tali esigenze non solo non siano in contrasto con una gestione effettuata da un ente di diritto pubblico, ma che questo rimanga l'unico che possa garantire un governo pubblico dell'acqua e dei servizi idrici.

Un spa a capitale interamente pubblica resta, comunque, una società di diritto privato che, come tale, risponde alle norme a garanzia dell'interesse dei privati e non della collettività. Una spa può subire variazioni nella proprietà degli azionisti; per questo l'amministrazione regionale deve rendere definitiva la chiusura di ogni processo di privatizzazione dell'Aqp, al di là del proprio mandato. (...)

E' incomprensibile che in Puglia il progetto di fare dell'Aqp il primo modello di gestione pubblico e partecipato si  arrestato, mentre a livello nazionale il governo sta creando un nuovo quadro legislativo (che vieta la gestione privata dei servizi idrici). Ricordiamo al presidente Vendola gli impegni da lui assunti su questi temi e che il non aver messo Petrella nelle condizioni di portare a termine il suo compito  una drammatica resa alle logiche della privatizzazione.


il manifesto - 23 Dicembre 2006 - pag 02

LETTERE: Acqua: bene pubblico e comune, basta la parola

Carlo Podda (segretario generale Fp Cgil)
Corrado Oddi (responsabile Dipartim. welfare Fp Cgil)


Siamo tra i molti che hanno guardato con preoccupazione alle dimissioni di Riccardo Petrella da presidente dell'Acquedotto Pugliese e alla polemica che si è innescata con il presidente della regione Nichi Vendola. Ci sembra che quanto successo rappresenti un colpo assai rilevante per tutti quelli che si battono per affermare l'idea che l'acqua deve essere considerata bene comune, da sottrarre alla mercificazione e alle logiche del mercato.

Proprio per questo, però, riterremmo un errore alimentare una discussione incentrata sul prendere partito per l'uno o l'altro dei «contendenti» o, peggio ancora, partecipare a una disputa per stabilire se sia meglio professare la radicalità dei principi o la ragionevolezza dei risultati da perseguire passo passo. Lo diciamo non per sottrarci a una valutazione su quanto è stato fatto o quanto si poteva e si può fare nello specifico della vicenda dell'Acquedotto pugliese ma perché vorremmo evitare di ridurre il tutto a una contrapposizione di natura quasi personalistica o a una ricerca delle semplici responsabilità soggettive.

La riflessione che infatti vogliamo proporre, detto in estrema sintesi, è che probabilmente l'errore, compiuto da molti compresi Nichi Vendola e Riccardo Petrella, è stato quello di caricare sul tema della ripubblicizzazione dell'Acquedotto pugliese un compito assai difficile e, alla luce dei fatti, troppo gravoso. Si è coltivata l'idea che la ripubblicizzazione del servizio idrico potesse passare attraverso un'esperienza emblematica di una realtà aziendale e territoriale che, per quanto grande e importante, si muove comunque entro un contesto contrassegnato da limiti politici e legislativi complessi e non facili da aggredire. Limiti politici che derivano dal fatto che la coalizione di centro-sinistra non ha convintamente e unanimemente maturato l'idea che la proprietà e la gestione dell'acqua sia pubblica e che pure l' averlo scritto nel proprio programma di governo, cosa peraltro molto importante, non sembra sia considerato vincolante, tantomeno nelle realtà regionali e territoriali; limiti politici che, ancora, hanno origine dal non aver sufficientemente sviluppato la consapevolezza che senza una forte mobilitazione sociale l'obiettivo della ripubblicizzazione rimane abbondantemente fragile. Infine, anche un limite che proviene dall'attuale quadro legislativo che, di fatto, prevede l'affidamento del servizio idrico semplicemente a società per azioni, pubbliche, miste o private che siano.

Questi limiti sono ben noti e presenti a chi come noi ha condotto in questi anni una battaglia sostanzialmente di resistenza rispetto al venir avanti delle logiche di privatizzazione, ma anche a tutti i movimenti e associazioni che sono stati costretti a sostenere nelle vertenze territoriali la soluzione della Spa completamente pubblica in house come il male minore di fronte all'ingresso dei soggetti privati nella gestione del servizio idrico.

Peraltro, proprio da questa situazione è scaturita la riflessione, che data ormai da un anno, che ha portato il «Forum italiano dei movimenti per l'acqua», cui prende parte anche la Fp Cgil, a promuovere la legge di iniziativa popolare per la tutela, il governo e la gestione pubblica dell'acqua. Abbiamo ragionato sul fatto che l'orizzonte delle vertenze territoriali e delle esperienze emblematiche ormai era troppo angusto e racchiuso in una logica sostanzialmente difensiva e che dunque occorreva compiere un salto di qualità, porsi l'obiettivo di aggredire il terreno di una proposta di carattere generale, di una nuova legislazione nazionale che affermasse compiutamente che l'acqua è bene comune e diritto universale. Da qui i contenuti che abbiamo voluto mettere al centro della proposta di legge d'iniziativa popolare: l'acqua è risorsa limitata e quindi il suo utilizzo va tutelato e pianificato; la gestione del servizio idrico va effettuata da Enti di diritto pubblico; il finanziamento del sistema deve essere garantito dalla fiscalità generale, oltre che dalla tariffa, anche per garantire a tutti il quantitativo minimo vitale giornaliero pari a 50 litri; il governo del sistema deve prevedere forme di democrazia partecipata da parte dei cittadini e dei lavoratori; il sostegno a progetti di solidarietà internazionale per l'accesso all'acqua dei paesi del sud del mondo deve essere considerato parte integrante del funzionamento del nostro servizio idrico.

Pensiamo sia utile ripartire da qui, non per gettare il cuore oltre l'ostacolo, ma perché siamo convinti che solo una forte mobilitazione sociale e politica e una seria capacità di proposta sulla centralità del servizio pubblico possano consentirci di provare a realizzare la proprietà e la gestione pubblica dell'acqua. Del resto, la fase di preparazione per la raccolta delle firme, raccolta che partirà dopo il 10 gennaio in tutto il paese, ci lascia speranzosi e ottimisti, visto il moltiplicarsi delle iniziative in corso in questi giorni e l'allargamento dei soggetti che intendono lavorare per quest'obiettivo.

Insomma, quel che vorremmo dire a Nichi Vendola e a Riccardo Petrella è che partecipino con noi e contribuiscano a rendere grande quest'iniziativa per conquistare una nuova legislazione nazionale per l'acqua pubblica: confermiamo che rimane l'obiettivo della ripubblicizzazione dell'Acquedotto pugliese e ricollochiamolo in questo contesto più largo. Soprattutto, per favore, facciamolo tutti quanti insieme.


il manifesto - 10 Dicembre 2006 - pag 04

Un corpo estraneo nell'immobilismo pugliese

Guglielmo Ragozzino

Quello che pubblichiamo a fianco  uno stralcio della lettera con cui alla fine di luglio del 2005 il professor Riccardo Petrella dopo l'offerta di andare a dirigere il maggiore acquedotto d'Europa arrivatagli dal "governatore" Nichi Vendola cerca di rispondere alle perplessità dei "militanti per l'acqua (per il diritto all'acqua, contro la mercificazione e la privatizzazione dell'acqua)". Il suo argomento principale : non posso fare altrimenti, non possiamo perdere questa occasione. La sua idea  che  stato fatto un passo, con la costituzione della società per azioni per l'acquedotto, nel 1999, che può andare in due direzioni: verso il bene pubblico, con l'aiuto dei politici, Nichi Vendola prima di tutti, ma anche dei rappresentanti dell'Associazione degli eletti. L'altra direzione verso cui il carrozzone della Spa può mettersi in moto  la privatizzazione e la mercificazione dell'acqua. Siamo di fronte a uno dei maggiori gestori di acqua d'Europa.

C'e' il rischio che si metta in cammino, con moto accelerato, verso il precipizio; e c' l'occasione per salire a bordo e mettersi ai comandi. Come si fa a dire di no? Uno dei maggiori acquedotti sarà attraverso di me, affidato a noi, al movimento intero. Diventeremo un modello e un punto di riferimento per tutti coloro che nel mondo lottano per la liberazione dell'acqua nel mondo. "Certo... non sarà del tutto un fiume tranquillo, nè con esito finale garantito". Molti preferiscono "la de-pubblicizzazione dei servizi idrici" e il "ppp" (partenariato pubblico-privato) che sappiamo essere "un'illusione".

Ma dobbiamo affrontare lo scontro e far valere le nostre buone ragioni. Però lo scontro non c' stato, almeno in modo esplicito. La società dell'acquedotto  rimasta immobile, nonostante tutta la sapienza e la volontà di salvare l'acqua bene comune, ricchezza di tutti, praticata dal nostro compagno.

A prevalere e' stato il cumulo degli interessi acquisiti all'interno della società, l'insieme dei privilegi e dei piccoli poteri inattaccabili, stratificati in un secolo. Una schiera di culi di pietra incartapecoriti e al tempo stesso rapaci, in grado di sostenersi a vicenda in una piramide burocratica e di avere la meglio, nel corso di decenni, anche nei confronti del capitalismo agrario e industriale che chiedevano acqua per sè e di fare alleanze con entrambi, contro le popolazioni e la Puglia.

Alla fine il presidente Petrella, vero corpo estraneo dell'Acquedotto pugliese Spa, scandalo continuo nel quieto immobilismo e nella gestione opaca,  stato espulso.
Heri dicebamus.... tutto come prima.
L'Acquedotto spa ha un altro secolo davanti a sè. Anche la desertificazione che avanza nella regione.


il manifesto - 23 Novembre 2006 - pag 02

Il business mondiale della gestione dell'acqua

Riccardo Petrella *
(*) [ex] Presidente dell'Acquedotto pugliese

E' noto che per quanto le acque minerali siano di proprietà pubblica - in Italia delle regioni - sono le imprese private che tirano grassi e sicuri profitti dalla loro mercificazione/vendita. Il business delle acque minerali in bottiglia  diventato uno dei settori pi lucrativi e in espansione al mondo, dominato fino a poco tempo fa dalla Nestlè (proprietaria, fra gli altri, dei marchi del gruppo italiano San Pellegrino) e dalla Danone. Oramai sono tallonate da altre due "gentili sorelle dell'acqua" che sono la Cocacola e la Pepsicola.
Sta ora diventando altresì noto che le imprese private di distribuzione dell'acqua, e quelle a capitale misto pubblico-privato sempre pi numerose nel settore dei servizi idrici, si stanno impadronendo della proprietà e/o del controllo dell'acqua potabile attraverso il mondo. Le francesi Suez-Ondeo e Vivendi-Veolia, da sole, gestiscono la distribuzione dell'acqua per pi di 250 milioni di persone, senza contare quelle servite dalle società di cui posseggono delle partecipazioni azionarie. La banca privata svizzera Pictet prevede che nel 2015 le imprese private forniranno l'acqua potabile a circa 1 miliardo e 750 milioni di "consuimatori". In questo contesto non sorprende di constatare che le imprese di gestione dell'acqua sono sempre pi comprate e vendute sul mercato delle imprese come si vendono e si comprano delle imprese di scarpe o di frigoriferi.
Ultimo caso maggiore e significativo  quello della Thames Water - la pi grande impresa d'acqua del Regno Unito, numero 3 mondiale (dopo le due citate imprese francesi) - che l'australiana Macquarie ha comprato dalla tedesca Rwe. La Rwe, gigante energetico europeo, aveva acquistato Thames Water nel 2000 per 7.1 miliardi di euro nel perseguimento della sua strategia mirante a diventare il numero uno europeo delle multiutilities (imprese operanti simultaneamente nei settori dell'energia, dei trasporti, dei rifiuti, dell'acqua, delle telecomunicazioni...). La scelta in favore di una strategia multiutilities spinse anche, alcuni anni fa, l'Enel a interessarsi a un possibile acquisto dell'Acquedotto Pugliese. Per diversi motivi, i dirigenti della Rwe hanno deciso ultimamente di concentrarsi unicamente sul loro settore di competenza, allo scopo di mantenersi all'altezza dei colossi energetici mondiali in via di ristrutturazione e consolidamento. Così, altrettanto velocemente di come la comprarono, hanno venduto Thames Water.
Thames Water  stata comprata da un'impresa australiana, la Banca Macquarie, che ha sborsato per questo circa 14 miliardi di euro. La Macquarie non si  mai occupata di acqua nel passato. E' una banca specializzata in servizi finanziari (in Italia opera nel campo dei mutui per la casa) e in investimenti nelle infrastrutture. Per esempio, gli aeroporti di Bruxelles e di Copenhagen sono dei "Macquarie Airports". E' presente in 24 paesi e ha circa 8.900 dipendenti.
Perchè ha investito così tanto nel settore dell'acqua, comprando anche l'americana Acquarion per 860 milioni di dollari Usa? Non certo perchè ha un piano industriale e socio-ambientale di ammodernamento della rete e del servizio idrico per 13 milioni di abitanti della regione londinese e gli altri 50 milioni di persone servite nel mondo dalla Thames Water. Per la Macquarie si tratta di una strategia puramente finanziaria: aumentare i livelli di profitto del Gruppo intervenendo in un settore molto redditizio, destinato a diventarlo ancora di pi nel futuro se continuano i processi di privatizzazione e di rarefazione dell'acqua per usi umani. Allorchè la signora Thatcher privatizzò l'acqua nel 1989 affermò che ai britannici non importava sapere chi distribuisce l'acqua. L'importante  beneficiare di servizi di qualità elevata a prezzi convenienti. La privatizzazione dell'acqua non ha portato risultati notevoli sul piano dei prezzi ( gli aumenti sono stati considerevoli) nè su quello della qualità (di recente la Thames Water  stata severamente ripresa dall'autorità di controllo per non aver ridotto i livelli di perdite conformemente agli obblighi legati alla tariffa). I britannici sono stati invece esauditi per quanto riguarda l'irrilevanza della nazionalità del gestore: "l'acqua del Tamigi" (Thames Water )  passata di proprietà in quindici anni da un ente pubblico a un'impresa privata britannica, poi a un'impresa energetica tedesca e ora a una banca australiana. E ' possibile che fra dieci anni la proprietà della Thames Water passi a una società cinese specializzata nella gestione dei rifiuti urbani.
Alla luce di quanto sopra, a quando la trasformazione delle italiane Hera (Holding energia risorse e ambiente) od Acea (Azienda comunale energia e acqua), che già operano sui mercati azionari europei e internazionali, in "Acque Macquarie"?


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