Libero Sapere

La conoscenza non deve essere una merce, é un patrimonio dell'umanità: un bene sociale comune.
La conoscenza è mezzo di produzione ed il principale strumento di riscatto sociale,
impediamo che venga espropriata

Gruppo nazionale di lavoro del PdCI
responsabile: Roberto Galtieri - lspdci-europa.org

Indice


Introduzione

Agli albori del XXI secolo, nelle aree ad economia avanzata, la società industriale sta gradualmente trasformando e modificando la sua base industriale meccanica nella cosidetta società dell'informazione e della conoscenza.
Il progresso scientifico e tecnologico nelle telecomunicazioni e nell'informatica rendono tecnicamente possibile la riproducibilit, l'accesso e la diffusione istantanea della conoscenza in ogni luogo del mondo, ad un costo marginale nullo.

In questi anni si è fatto un gran parlare di "società della conoscenza" e "società dell'informazione".Il Consiglio europeo (la riunione dei capi di Stato e di Governo dell'Ue) che si riunì a Lisbona (24 marzo 2000) lanciò un "obiettivo strategico per il nuovo decennio: predisporre il passaggio a un'economia competitiva, dinamica e basata sulla conoscenza. Una società dell'informazione per tutti".

Molti di noi hanno pensato che "società della conoscenza" significasse il soddisfacimento dell'antica aspirazione dei movimenti di liberazione e di riscatto sociale: la possibilita' per tutti di accedere all'istruzione, al sapere, alla conoscenza.

Invece i primi concetti espressi dal Consiglio europeo, per arrivare alla società della conoscenza, sono il suo contrario. Per società della conoscenza si intende una parte della società. Il Consiglio vuole infatti che "i cittadini devono avere accesso a un'infrastruttura delle comunicazioni a livello mondiale poco costosa" (paragrafo 9 delle conclusioni) e l'unica realizzazione in atto dell'obiettivo strategico è la protezione della "proprietà intellettuale".

In questa fase, la "società della conoscenza" significa che i margini di profitto si traggono sempre più dalla produzione e distribuzione di beni immateriali. I profitti basati sui beni materiali stanno raggiungendo i loro limiti (limiti dovuti alla crisi da sovraproduzione e sia legati al saggio marginale di profitto, sia ai limiti fisici e di sostenibilità del pianeta). Il mezzo di produzione principe diventa il bene immateriale che è il sapere, la conoscenza. Mezzo di produzione da accumulare, di cui il capitale si deve appropriare, e che non può più essere considerato un bene sociale.

Si tratta di un cambiamento radicale della nostra società che ha profonde implicazioni economiche e culturali e che implica una ridefinizione dell’intero dominio della conoscenza e dei beni immateriali in generale. Implica l’acquisizione di nuovi diritti di proprietà da parte di chi vuole trarre profitto da quei beni. Che simmetricamente corrisponde alla rinuncia di diritti considerati acquisiti, quali il diritto di condividere i saperi e trasferirli; il diritto all'istruzione; ad aspirazioni quali l'emancipazione, la conoscenza, la cultura.

Il concetto di proprietà, applicato ai beni materiali, viene trasposto ai beni immateriali, quali il sapere, la conoscenza; e quindi conoscenze e saperi che sono sempre stati considerati un bene comune dell'umanità, oggi vengono dati in esclusiva a imprese affinché ne traggano profitti: il sapere è finalmente diventato una merce come le altre.

Una merce, un bene economico che sia liberamente accessibile e largamente diffuso, ha un valore scarso o nullo sul mercato, chi ha il possesso di questo bene ha tutto l’interesse a limitarne l'accessibilità per rendere il bene scarso e quindi aumentarne il valore di mercato. La conoscenza, invece di essere patrimonio comune e liberamente disponibile, deve essere data in proprietà a qualcuno che ha il diritto di decidere chi può vederla, chi puo' riprodurla, e a quale prezzo.

Chi non apparterrà alla classe dei privilegiati, non potrà permettersi l'accesso al sapere, alla cultura, all'istruzione. L'accesso al sapere sarà sempre più un privilegio per le classi sociali più abbienti. Proprio quando invece, grazie al progresso tecnico e scientifico, l'informazione e la cultura, potrebbero essere accessibili istantaneamente ovunque a costi infimi. Chi condivide liberamente la cultura e la conoscenza, diventa un criminale, un pirata, un comunista sabotatore del mercato.

Le multinazionali e i gruppi industriali, dagli anni '80 stanno operando a livello globale, una campagna ideologica per far accettare il concetto di "proprietà intellettuale" e una campgna di lobby sulle istituzioni nazionali e internazionali (governo USA, GATT, WTO, accordi TRIP, Istituzioni Europee, ...) per modificare la legislazione attuale e "proteggere" la "proprietà intellettuale". In altre parole definire gli strumenti (tecnici e legali) per limitare la diffusione e riproducibilità della conoscenza in tutte le sue forme.

Numerose contraddizioni stanno emergendo in seguito a tale disegno. Alcuni esempi.

Colpiti da queste e altre contraddizioni, sono sorte una miriade di movimenti di resistenza. Purtroppo il loro carattere settoriale li rende poco efficaci nel combattere un disegno globale di cosi' ampia portata..

I Comunisti, invece, hanno gli strumenti concettuali di analisi per individuare e contrastare questo disegno globale questo attacco senza precedenti nella storia, alla conoscenza e all'istruzione come bene comune, qualità della vita delle future generazioni.

Questo disegno si può realizzare solo se socialmente accettato; se si rinuncia a diritti acquisiti; se non si intravvede e contrasta il disegno generale.


Il Gruppo di lavoro

Il Partito dei Comunisti Italiani ha creato un gruppo di lavoro "libera conoscenza" con i seguenti obiettivi:

Riferimenti

Libri

Articoli


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